Piuttosto perdonare un brutto piede che delle brutte calze

  1. I leggins non sono pantaloni, e questo lo abbiamo capito.
  2. Il blu e il marrone non si abbinano col nero, e questo lo abbiamo capito.
  3. Le spalline in silicone devono essere abolite dal mercato, e questo lo abbiamo capito.
  4. Le calze color carne sono l’orrore del secolo, il male di vivere, la piaga della società, ma questo non lo abbiamo ancora capito. Non tutte, perché?

Sarà che forse l’unica cosa che mi fa rabbrividire più delle calze color carne è sentire qualcuno che sbaglia un congiuntivo.

E se fa freddo?” “E se ho un vestito blu e quindi per la suddetta regola del buongusto non posso abbinare delle calze nere?” I don’t care, bitch.
Se hai coraggio di indossare tale obbrobrio, avrai anche il coraggio di uscire senza calze, come fanno le svedesi in vacanza a Roma a febbraio.

Che poi, tanto, venitemi a dire che vi tengono caldo. Non vi crede nessuno. Venitemi a dire che coprono le imperfezioni, ma se non vi siete depilate si vede eccome. Venitemi a dire che Kate Middleton le indossa e Karl Lagerfeld le ha fatte indossare alle sue modelle in passerella.

Punto primo: voi non siete ne Kate né Karl.

Punto secondo: una è  inglese (e in quanto tale non si sa vestire), ricopre un certo ruolo per cui alla fine le calze della nonna completano bene il suo stile granny fatto di tailleur e cappellini color pastello.

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Small change, big difference: modelli d’eccezione per una campagna contro l’ineguaglianza

Un piccolo cambiamento, una grande differenza: la campagna Small change, big difference fu realizzata dall’ONG Cordaid nel 2007 con il supporto dell’agenzia pubblicitaria Saatchi&Saatchi.
Il progetto si è configurato come un vero e proprio servizio fotografico cui si sono prestati uomini e donne di origine Samburu, discendenti dai Masai, che abitano un distretto a nord del Kenya.

Ogni modello/a d’eccezione viene ritratta in pose disinvolte con elementi di pelletteria, accessori, profumeria e persino un boccale di birra, accanto ad ogni oggetto ne viene esplicitato il costo medio e sotto, più piccolo, si legge un importo notevolmente inferiore: l’equivalente in denaro di un bene primario, come l’acqua ad esempio.

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Le immagini rappresentano il contrasto di due culture profondamente diverse, due realtà che si sono costituite in maniera antitetica: da un lato la società del consumismo, del capitalismo, del surplus di beni e dall’altro quella che lotta per la sopravvivenza, figlia sfortunata di una storia mondiale che ne ha stabilito il destino.

L’obiettivo della campagna di sensibilizzazione dell’associazione umanitaria olandese è sicuramente quello di suscitare una riflessione, o meglio di riportare alla mente quello che tutti sanno, ma più o meno volutamente ignorano: l’occidentale medio indossa i paraocchi per pigrizia o per spirito di rassegnazione, come nella consapevolezza che differenza e inuguaglianza siano un male necessario. Conoscere le storie e le verità di quella parte del mondo perennemente penalizzata ci permette di non vivere di indifferenza nei confronti dell’altro sia egli uno sconosciuto, un amico, un parente o qualcuno di cui conosciamo solo il nome.

Le foto hanno acquisito una certa notorietà ben 8 anni dopo essere state scattate, nel febbraio del 2015 (popolarità che dura tutt’ora) grazie a Twitter: diffuse dai social network le foto hanno fatto il giro del mondo, scatenando commenti positivi e diversi feedback negativi. La finalità dell’iniziativa è certo quello di modificare qualcosa nello stile di vita del cittadino medio, ma attenzione parliamo di un piccolo cambiamento che potrebbe essere in grado di provocare una reazione a catena, un’eco che sia capace di estendersi fino a determinare una differenza sostanziale. Lo spirito del progetto è quindi quello di suscitare una reazione: smantellare il muro dell’indifferenza, stimolando un cambio di prospettiva senza pretese di rivoluzioni drastiche e improvvise (oltre che ovviamente pubblicizzare il lavoro dell’organizzazione e accettare donazioni economiche, questo è indubbio e necessario per la sopravvivenza di una ONG).
Attenzione quindi, non si vuole (anche con questo articolo, ndr) puntare il dito contro lo stile di vita occidentale o tanto meno ne vuole essere una denuncia radicale. Quello che ci si auspica, senza ipocrisie, è una sensibilizzazione delle coscienze, l’acquisizione di una maggiore consapevolezza delle nostre condizioni di vita e di quelle altrui attraverso un confronto visivo sicuramente efficace ma senza denigrare ciò che fa parte del nostro quotidiano, della nostra cultura, la quale, pur costituita da aspetti considerati superflui da alcuni, determinano inevitabilmente quello che siamo.

In conclusione,  in virtù di un’indubbia forza comunicativa, “Small Change, Big Difference” la si odia o la si ama.

Per maggiori informazioni sull’ONG Cordaid e per la gallery completa degli scatti:
https://www.cordaid.org/small-change-big-difference/

Due storie dietro le foto:

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1) Borsa €32  → Elisabeth Leonkokwea non conosce la sua data di nascita ma sa solo di essere nata prima del 1960. Ha sei figli, due sposati. Ha perso il marito e si occupa da sola dei figli che vivono ancora con lei. Durante la siccità che ha colpito il suo distretto si è occupata della ricerca e del trasporto di acqua per la sua famiglia e per gli altri abitanti di Wamba. Nella foto appare in posa rilassata ma il suo volto non nasconde le preoccupazioni che ha dovuto affrontare e che sa di dover continuare ad affrontare, con dignità.

2) Occhiali da sole €24→ Tirinti Letonginei, nata forse nel 1968, sposata e madre di nove figli di cui uno solo va a scuola (non può permettersi di far studiare tutti i figli), cosa che la rende una madre orgogliosa. Il bene più prezioso per questa famiglia era un asino che era in grado di trasportare l’acqua necessaria per il proprio distretto, senza l’asino, Tirinti è costretta a caricarsi l’acqua sulle proprie spalle.

Chiara Viti

Chiara Viti

Il romics è per tutti

Donne e fumetto.Due universi così lontani e così vicini al tempo stesso.Oggi vogliamo condividere una riflessione di Federica, blogger di Indaco&Cannella, in merito al vero valore di una convention della portata del Romics,che avverrà a breve nella capitale.

Originally posted on Indaco&Cannella:

il romics e’ per tutti

Siccome credo che uscire ogni tanto fuori dalla propria comfort zone sia fondamentale per crescere e per ampliare i nostri orizzonti, esattamente un mese fa ho deciso di esplorare un mondo a me sconosciuto: quello del Romics.

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Per chi non lo sapesse, il Romics è una fiera sul fumetto che si tiene due volte l’anno a Roma, quattro giorni ininterrotti di spettacoli ed eventi. Dire che riguarda esclusivamente il fumetto mi sembra riduttivo: abbraccia non solo il mondo dei comics ma anche quello dei videogiochi, del cinema, dei cartoni animati e delle anime giapponesi, dei manga e della televisione. Importanti case editrici e collezionisti arrivano da ogni parte d’Italia per prendere parte alla manifestazione, così come le tante persone comuni che decidono di lasciare la loro vera identità a casa per passare un giorno nei panni del loro personaggio preferito: il cosiddetto cosplay. Per quel preciso weekend non si è più Mario Rossi da Pescara, ma Thor, un personaggio della Disney o un protagonista di un telefilm.

Dal 2001 (anno della prima edizione) ad oggi, il Romics è cresciuto in maniera esorbitante. Da un solo appuntamento annuale, quello di ottobre, il successo riscosso ha portato gli organizzatori a raddoppiare l’appuntamento anche ad aprile. Per darvi un’idea di quanto sia frequentato, proprio l’ultimo tenutosi quest’anno ha battuto il record di presenze: 180.000 visitatori, 30.000 in più rispetto alla scorsa edizione. Crazy, eh?

Adolescenti e cinquantenni, uomini e donne, single e famiglie al completo, da soli o in compagnia, appassionati o curiosi chiaramente estranei al mondo del fumetto: il Romics fa impazzire tutti e me ne sono resa conto non appena ho varcato l’entrata della Nuova Fiera di Roma, il polo della capitale che ospita l’evento. Anzi, l’ho capito ancor prima, quando studiavo la diversità delle persone che erano in treno con me. Nel mio vagone, pieno di parrucche color acquamarina, vestiti merlettati e trucchi eccentrici, si sentivano accenti del nord e del sud, madri che rimproveravano i figli con fermezza e ragazzi che si lamentavano della loro professoressa di chimica, bambini che piangevano e uomini di mezza età che parlavano con la loro voce profonda e distinta.

Quando si entra nella fiera, sembra di entrare in un mondo parallelo dove ognuno è chi sceglie di essere, un posto dove ci si consiglia, si parla di ciò che appassiona e si creano nuove amicizie. Con in sottofondo le musiche tipiche dei cartoni animati giapponesi, si passeggia per i corridoi esibendo i propri costumi, che siano super elaborati o arrangiati il giorno prima non ha importanza.

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Vogue Fashion’s Night Out 2015. Guida della #VFNO fiorentina

Firenze si riconferma location perfetta per la Vogue Fashion’s Night Out, per la terza volta le vie del centro fiorentino si sono animate grazie alla rinnovata collaborazione con l’editoriale e il Comune di Firenze. Installazioni, gadget creati ad hoc e capi limited edition firmati VFNO. Ecco una mini-guida dell’evento fiorentino.

Il centro si accende già dalle ore 19.00, i negozi offrono aperitivi di benvenuto.

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Proseguendo lungo Via del Corso si è incoraggiati a partecipare a dei “giochi” dove si vince sempre. ToyWatch regala palloncini luminosi e anelli colorati. Guess, Sisley, Tezenis e Tenderly (ma anche molti altri)  invitano nei negozi a fare foto divertenti nei set creati appositamente all’interno degli stores, condividere usando l’hashtag #VFNO2015 e ovviamente distribuiscono piccoli regali targati Vogue Fashion’s Night Out.

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La serata prosegue e le vetrine si animano (non sto usando un eufemismo, ndr). Liu-Jo, MAC e Luisa Spagnoli hanno creato appositamente per la serata più glamour dell’anno Dj-set e curiose installazioni, sostituendo alla classica esposizione di abiti teatrini insoliti e –come nel caso di Luisa Spagnoli, piuttosto golosi!

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Angelina Jolie lascia Halo Trust, l’organizzazione resa celebre da Lady Diana

Angelina Jolie abbandona Halo Trust, una fra le più grandi associazioni umanitarie impegnate nell’intervento in zone di guerra.image

L’attrice, già nominata ambasciatrice UNHCR nel 2001, ha rivolto la sua polemica conto i vertici dell’organizzazione, in particolare contro Amanda Pullinger e Simon Conway, rispettivamente Presidente del Consiglio dei Fiduciari e Consigliere vicino ai vertici di Halo Trust. La notizia, che non ha lasciato indifferenti i media globali data la notorietà sia dell’attrice che dell’organizzazione stessa, ha riaperto il dibattito circa l’effettiva necessità di uno stipendio da capogiro per i manager delle organizzazioni no-profit. Il Times lo scorso 2 settembre, ha riportato la notizia di compensi fino a 120.000 sterline all’anno e 500 sterline al giorno (quasi 700€) che secondo un portavoce della società sarebbero serviti per normali operazioni “strutturali, di retribuzione e accordi di governo”. Continua a leggere

La cosa importante

“Persino dopo essere riuscita ad avere un’istruzione non posso dire a mio marito di arrangiarsi. Ma posso sopportare sia i secchi dell’acqua sia gli insulti degli uomini, perché salvare le bambine è più importante.” La testimonianza di Penninah Tombo, donna masai attivista per l’uguaglianza di genere

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Alcuni uomini hanno minacciato di usare incantesimi di magia nera contro di lei. Altri vanno da suo marito a consigliargli di picchiarla e si offrono di fare loro il “lavoro”, se lui è troppo tenero di cuore. Uno è arrivato alla sua porta con un machete, minacciando di ucciderla. “E non parlano neppure alle mie spalle, me lo dicono in faccia: Devi smettere di dire alle donne che hanno diritti, perché non ne hanno. E devi smettere di dire alle ragazze di lottare. Perché insisti con questa storia dell’eguaglianza?

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